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giovedì 4 luglio 2019

Riti e monumenti nell’antico santuario di Saint-Martin-de-Corléans

AiQuattroVenti archeologia racconti di tempi lontani

Questa è la storia di un luogo sacro e mai dimenticato. È una storia lunga migliaia di anni, dalla fine del V millennio a.C. agli inizi del III millennio d.C.: dall’alba delle civiltà fino ai giorni nostri.

Si trova su un terrazzo della Dora Baltea, dove il fiume si piega. Un tempo questo era un punto di snodo delle vie di comunicazione a lunga distanza, oggi è la parte occidentale della città di Aosta.
  Non sappiamo molto delle prime genti che lo frequentarono, possiamo solo immaginare.

Il primo gesto sacro fu un’aratura.
  Anzi, una serie di arature eseguite in momenti diversi e periodicamente ripetute senza mai sovrapporsi. I solchi sono incisioni regolari, profonde venti centimetri, di forma triangolare e parallele; si estendono nella zona sud-orientale e si muovo da sud-ovest a nord-est.
  Li incisero tra la fine del Neolitico e gl’inizi dell’età del Rame, e legarono il luogo sacro all’agricoltura, mezzo di sussistenza e simbolo di fertilità e di vita.

AiQuattroVenti archeologia tempi lontani Saint-Martin-de-Corleans aratura sacra

Poi scavarono i pozzi. 
  A nord, dove prima c’era una grande aratura ora non più visibile. I pozzi sono cilindrici, diversi fra loro, a volte grandi anche un metro e ottanta centimetri e profondi fino a due metri; raggruppati in direzione nord-est/sud-ovest.
  Dentro vi hanno deposto frutti, semi di legumi e cereali, macine di pietra e ciottoli; sopra ad alcuni hanno acceso dei focolari. Per tre secoli e mezzo hanno ripetuto gli stessi rituali legali ai culti agricoli, e le genti dopo di loro se ne sono presi cura, come ancora  oggi si fa con un luogo della memoria.

AiQuattroVenti archeologia tempi lontani Saint-Martin-de-Corleans pozzi

Dopo mille anni, innalzarono pali di legno.
  Sia a nord sia a sud; nell’area nord-orientale ben ventiquattro, ravvicinati e disposti a nord-est/sud-ovest, attraversano l’area dell’aratura sacra. Ne rimangono le buche d’impianto, le pietre di rincalzo dei più grandi e alcuni resti carbonizzati di larice e pino silvestre.
  Li realizzarono poco alla volta, nel corso della prima metà del III millennio a.C.: scavarono le buche, vi deposero crani bovini, fiammarono l’estremità dei pali da interrare per conservarle più a lungo, eressero i pali e, alcuni, li sostituirono col passare del tempo. Costruirono, così, una sorta di percorso rituale.

AiQuattroVenti archeologia tempi lontani Saint-Martin-de-Corleans pali lignei

Aggiunsero i monoliti.
  Paralleli e ortogonali alle linee di pali, modificano l’impatto visivo ed emotivo con la solennità della pietra: nove menhir e lastre con foro, più di quaranta stele antropomorfe. L’inizio del megalitismo.
  Mentre ancora si innalzano o sostituiscono pali, per la prima volta la sacralità del luogo è legata alla figura umana. Resa in modo sintetico, uomini e donne distinguibili solo dall’abbigliamento e dai loro strumenti, con altezze fino a tre metri. Rappresentano personaggi reali divinizzati e venerati, legati a culti religiosi, a rituali astronomici-astrologici, rivolti verso est/sud-est ad accogliere chi percorreva l’area sacra. 

AiQuattroVenti archeologia tempi lontani Saint-Martin-de-Corleans statue stele

Trasformarono il santuario in sepolcreto.
  Nel rispetto delle strutture e dei riti precedenti: i monumenti tombali megalitici sorgono lungo gli allineamenti di legno e di pietra, li modificano e li integrano. Le stele sono abbattute, estratte intere dal terreno oppure tagliate con cura alla base e fatte cadere a faccia in giù. Col tempo alcune sono reimpiegate, intere o in frammenti, in diverse tombe in modo sistematico: è un’evoluzione, non una cesura.
  Le tombe, costruite durante l’età del Rame e utilizzate fino all’età del Bronzo Antico, sono diverse: dalle semplici ciste di pietra ai dolmen su piattaforma e alle complesse tombe foderate di lastre di pietra in una struttura circolare delimitata da muri. Come diversi sono i rituali funebri delle sepolture collettive: a cremazione, a inumazione, talvolta arricchite da un semplice corredo di ceramiche rituali, ornamenti in pietre dure, osso, conchiglia, rame, bronzo e manufatti in pietra scheggiata.

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La storia continua.
  Con le sepolture e il tumulo dell’età del Ferro, l’abitato, la strada e la necropoli d’età romana, la chiesa di Saint Martin de Corléans del Medioevo, e perdura fino ai giorni nostri.
  Diverse le genti, diverse le culture, diverse le epoche, ma in un unico luogo sacro mai dimenticato.

Buon vento!

venerdì 27 gennaio 2017

C'era una volta, sulle sponde del Lagone di Mercurago, un villaggio

Sei pronto per un viaggio a ritroso nel tempo? Non preoccuparti, la strada non sarà lunga: basta raggiungere il Parco naturale dei Lagoni di Mercurago ad Arona nel Novarese, chiudere gli occhi per un secondo, riaprirli e lasciarsi andare all'immaginazione.

aiquattroventi-archeologia-lagone-mercurago-segnaletica

Il Lagone di Mercurago è un luogo magico, dove le nebbie del tempo si dissipano e svelano vite vissute mille e mille anni fa.
Vieni: affrontiamo la salita con calma, seguiamo la curva a destra, sfioriamo i pascoli dei cavalli, svoltiamo a sinistra. Ancora qualche passo e già tra i tronchi degli alberi s'intravede il baluginio del sole sulle onde del Lagone.
E poi eccolo, il piccolo lago, disteso tra i canneti, ammantato di boschi con un grande prato ai suoi piedi: quasi tremila e settecento anni fa, qui sorgeva un villaggio.

aiquattroventi-archeologia-lagone-mercurago-sito

Un villaggio costruito sulle rive melmose, rese sicure da pali conficcati nel terreno e strati di tavole, pietre e ramaglie, con case di legno dai tetti di paglia affacciate sull'acqua.
Dove le giornate iniziano presto, ognuno intento nelle proprie attività. I contadini nei campi, i ceramisti accanto ai forni, i metallurghi chini sui crogioli, i tessitori con la lana sui fusi, i carradori nell'officina, gli scheggiatori tra le pietre, i cacciatori e i pescatori sulle piroghe tra le onde calme.
Finché arriva sera e ci si raccoglie attorno al fuoco per ascoltare le storie dei mercanti. Hanno visto il mare, laggiù, e valicato le alte montagne, lassù, percorso i fiumi su piroghe di legno, incontrato altri mercanti, genti, villaggi.

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Un villaggio sorto in un punto d'incontro tra le vie di traffico lungo i torrenti interni, i grandi fiumi e il Lago Maggiore, vie che portano lontano verso il mare Adriatico, il mar Ligure e le Alpi. Dove il limo {} lasciato dalle piene sulle sponde e il loess {} portato dai venti sulle colline rendono fertile il terreno. Dove l'acqua mitiga i freddi inverni e promette sicurezza e abbondanza.

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Un villaggio abitato per quasi quattrocento anni da una piccola comunità di agricoltori, abili artigiani e mercanti di beni di prestigio. La cui vita s'interrompe per cento anni, quando il clima peggiora e il Lagone si trasforma in palude, e poi riprende ininterrotta. Finché fa di nuovo troppo freddo, le falde acquifere s'abbassano, la palude avanza, si sviluppano nuovi assi commerciali, sorgono nuovi e grandi villaggi sulle sponde del Lago Maggiore e del Ticino...
Tutto cambia: si volta pagina e inizia una nuova storia.

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Li vedi, gli ultimi bagliori dei focolari, mentre le stelle splendono alte nel cielo e nel buio dei boschi gli animali notturni lanciano i loro gridi?



Il sito archeologico del Lagone di Mercurago conserva i resti di un abitato su bonifica {} datati all'età del Bronzo (tra XVIII e XIII secolo a.C.) e scoperti nel 1862 da Bartolomeo Gastaldi.
Assieme ad altri centodieci siti palafitticoli preistorici dell'arco alpino, rientra nella lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco dal 2011.


{Il limo è un sedimento, cioè un terriccio molto fine sospeso nelle acque di fiumi e laghi che, dopo le piene, si deposita sui terreni circostanti e forma uno strato di terreno fertile. 
{Il loess è un deposito eolico, cioè uno strato di sabbia e limo di origine glaciale (eroso, trasportato e depositato dai ghiacciai) trasportato e depositato dal vento.
{Un abitato si dice su bonifica quando è costruito sulle sponde fangose di uno specchio d'acqua, rese solide con la costruzione di una struttura di pali conficcati nel terreno e di una pavimentazione di tavole di legno, sassi, ramaglie. 


giovedì 25 giugno 2015

Tempi lontani nel Novarese

La cosa più bella della storia è la sua profondità: si può stare in superficie e seguire l'evolversi e l'intersecarsi delle grandi onde; oppure ci si tuffa in un luogo, lo si osserva nei particolari e nel susseguirsi delle sue vicende: proprio quel che vorrei fare con il territorio in cui vivo, il Novarese, per la rubrica Tempi lontani.

È affascinante scoprire come ogni cosa concorra a formare il tutto, e come il tutto non possa essere tale, se solo ne manca un pezzo - seppur piccolo.
Il Piemonte sulle carte geografiche assomiglia a un cavallo da battaglia con il suo cavaliere. Un tempo il territorio di Novara occupava tutta la parte del muso del cavallo e dell'elmo col pennacchio del cavaliere - là in alto, nell'estremità nord-orientale. Ora, invece, il Novarese si è ridotto al solo muso del destriero. 

aiquattroventi-piemonte-novarese

Il Novarese è formato da tre aree geografiche diverse: il Vergante in alto, le colline nel mezzo e la pianura in basso. Ma tutte sono legate da un unico elemento, che scorre liquido come un nastro brillante: l'acqua - dei due laghi, dei due fiumi principali (il lago Maggiore e il Ticino a est, il lago d'Orta e la Sesia a ovest), dei torrenti, dei canali, delle rogge e, infine, delle risaie.
L'acqua è nutrimento, abbondanza di flora e fauna, sicurezza; è anche movimento e scambio di persone, idee, scoperte, conoscenze, materie prime e prodotti finiti. Un ambiente ricco di risorse naturali, infatti, attira interi gruppi di famiglie - che siano gli abitanti delle grotte paleolitiche del Monte Fenera o i proprietari delle seconde case odierne sulle rive del lago.

aiquattroventi-tempilontani-novarese

Terra, acqua, strade di passaggio, abitati residenziali, eccellenze, agricoltori, artigiani, commercianti e viaggiatori: questo è il Novarese. Il suo paesaggio è un libro lunghissimo: racconta come, nel corso del tempo, il rapporto tra la natura e i gruppi umani sia cambiato, evoluto e abbia preso forma. È una storia infinita e l'ultima pagina non è ancora stata scritta.

Buon vento e buon viaggio nel tempo

giovedì 28 maggio 2015

Tempi lontani: la rubrica per chi vuole viaggiare nel tempo

A volte succede: quando ami intensamente qualcosa, temi di non essere all'altezza di cotanto amore. E aspetti - non si sa bene cosa.
Sapere per non sapere, mi butto: oggi do il via a una nuova rubrica. Si chiama Tempi lontani e di volta in volta racconterò i luoghi dell'archeologia: i musei, i parchi e i siti archeologici, a partire dal territorio in cui vivo e magari, chissà, anche più in là.
aiquattroventi-tempilontani-archeologia

Perché ogni visita a un luogo archeologico per me è un viaggio nel tempo: passato, presente e futuro diventano un tutt'uno e la quarta dimensione si ferma. Come se qualcuno avesse premuto il tasto "pausa" e tutto fosse sullo stesso piano, a portata di mano, di occhi e di emozioni.
Mi capita di leggere le sovrapposizioni architettoniche e le caratteristiche dei materiali come fossero pagine di un libro.
Immagino le persone che li hanno resi vivi, preoccupate per i loro problemi quotidiani, sostenute dalle piccole conquiste e dalle grandi speranze.
Immagino la vita, diversa per cultura dalla nostra, ma uguale nelle piccole cose di ogni giorno.

 

La curiosità del perché e le infinite storie da raccontare.


Siamo noi, la gente comune, ciascuno di noi, a tessere questo intreccio di vite, pensieri, cause ed effetti; questo arazzo policromo e bellissimo che è la storia. Sentirmi parte di un tutto così immenso e infinito mi riempie di gioia. E di gratitudine.
Voler scoprire da dove arriva un filo, con quali altri s'è annodato e perché, fino a giungere a qui e ora, e immaginare dove andrà: questo mi ha spinto a diventare archeologa e a esserlo nell'anima ancora oggi.

Buon vento!

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